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Giamaica? No problem!

Le avventure di un ulmista italiano nei Caraibi


Se volete incontrare il vero spirito degli ulmisti dovete assolutamente venire in Giamaica. Per la precisione a Ocho Rios (Otto Fiumi), un paesotto costiero dove c'è solo il porto, l'acqua cristallina dei Caraibi, qualche mega-villa e una decina di negozietti per turisti disposti a pagare 18 dollari per un sigaro, neppure cubano.
Ma proprio dietro un'insenatura spuntano le ali di alcuni ULM: due Quicksilver, dieci delta a motore e, guarda un pò, anche un vecchio Challenger.

Mi avvicino ai mezzi per osservarli meglio. Tutti sono equipaggiati con i galleggianti, o almeno con qualcosa che in un modo o nell'altro li fa rimanere a galla.
Non hanno strumenti, fatta eccezione per l'anemometro (ma non tutti), e per l'indicatore CHT, presente sul Quick e attaccato a un tubo con dieci giri di nastro adesivo.
I motori sono ricoperti di salsedine e i cavi di comando, spesso più corti del necessario, sono stati ri-attaccati con l'elastico ferma-pacchi o, nel caso del delta, con una trecciola di filo di nylon da pesca, quello utilizzato per catturare i Marlin.

Sono in costume e maglietta, la voglia di volare aumenta, l'attacco di aerite si mannifesta subito, acuto e fragoroso, ma non ho il coraggio di decidere: da come appaiono questi mezzi potrebbero perdere le ali, anche se il Dacron non sembra vecchio.

Mentre studio la situazione sento alle mie spalle un indeciso "Italiano? - Si - rispondo, è un giamaicano vestito da Rasta, con tanto di cappellino colorato.
"Vuoi volare? - Quanto vuoi per dieci minuti sul Quicksilver? -chiedo- Aereo 25 dollari, trike 20". Quale aereo? Penso, e dopo aver meditato non poco decido per un si, a patto che mi lasci pilotare un pò.

Lui si chiama Alex e per vivere vende giri turistici, rhum, sigari e qualsiasi cosa i turisti (e le turiste), chiedano.
Senza fare controlli mette in moto, salgo, mi allaccio e cominciamo a flottare verso la barriera corallina. Assaggio i comandi e sento che dando piede destro va tutto bene, mentre il sinistro è molto più duro e verso il fondo corsa non muove più il timone.
Mi allarmo, gli prendo il braccio (siamo senza casco, cuffie eccetera), e urlo: "No rudder control on the right!" Alex mi guarda, sorride, da tutto motore e urla: Giamaica, no problem!

Non mi resta che pregare; nella mia testa sento tutti gli istruttori di volo che conosco darmi del pirla, idem per i miei genitori, mia moglie e il cane del Club. Mentre cerco di respirare siamo in volo e istintivamente prendo i comandi. Alex invece li molla, gli ho detto che piloto ultraleggeri, ma fidarsi tanto da incrociare le braccia dietro la testa. In ogni modo io ho scaricato tutta l'adrenalina prodotta, sono al settimo cielo, volando in un paesaggio paradisiaco su un mare di mille azzurri.

Fino a quando il motore sbotta e si ferma.

Reagisco bene, barra a scendere, Alex ha un cenno di disappunto e mi chiede i comandi. Atterriamo sull'acqua senza problemi, in una zona dove il mare non è più profondo di un metro.
Una volta fermi, senza scendere in acqua il giamaicano guarda il motore; si è staccato un cavo elettrico, lo riattacca, estrae dalla sua sacca un rotolo di nastro adesivo, rinforza il contatto e rimette in moto.
Torniamo indietro? - Chiedo - No, problem! Andiamo verso quella insenatura, ho amici qui"

Ridecolliamo, pilota lui, neppure cinque minuti di volo e ci posiamo nelle vicinanze di un molo, dove sono attraccati anche due grossi motoscafi d'altura.
Scendo sul pontile in legno e non sono tranquillo, anche se i due loschi figuri che mi vengono incontro sorridono. Non dicono una parola, uno di loro parla con Alex chiamandolo Manolo in una lingua sconosciuta, mentre l'altro sparisce in una barca dalla quale riesce con due grosse casse di legno chiuse con la corda.
Da quello che riesco a capire ci daranno la benzina e un nuovo cavo per le candele in cambio del trasporto delle casse fino a non so dove.

Adesso si che sono preoccupato! Però intorno a me sono tutti tranquilli. Anzi, uno di loro mi offre mezzo ananas già pulito, ed è davvero molto buono.
Guardo Alex, provo a chiamarlo anch'io Manolo ma lui mi riprende bonariamente ripetendo il nome: Alex.

Intanto siamo già pronti per il decollo, le casse sono legate sopra i galleggianti, e il rosso del nuovo cavo per le candele sembra qualcosa di strano, annegato com'è in mezzo al resto del motore, tutt'altro che nuovo.

Decollo io, direzione Sud-Ovest, dieci minuti di baldoria sopra le spiaggie giamaicane e poi ecco la zona di atterraggio, un villaggio turistico italiano. C'è solo un problema, non c'è spazio per atterrare, la zona prospiciente la spiaggia è piena di bagnanti, non c'è il solito molo e neppure una striscia di mare libera: I casi sono due - penso - o atterriamo fuori dalla barriera corallina oppure sganciamo le casse al volo.

Alex prende i comandi, sorvola il villaggio, poi la zona costruita e quindi con una virata molto larga punta verso il campo da calcio. Neppure il tempo di capire se da sotto i galleggianti sono uscite le ruote e sfioriamo la traversa della porta del campo, perfettamente allineati sopra questa e quindi sicuri di non colpire con le ali le due file di lampioni che ci sono intorno al campo.

Quasi GOL

È un secondo, appena sopra la porta picchiamo, facciamo la flare fra l'area di rigore e il centrocampo, tocchiamo poco prima del cerchio e rulliamo veloci sull'erba: ecco l'altra area, il dischetto del rigore è appena schizzato sotto di me, la porta è vicina, stiamo per fare un gol indimenticabile, ma al posto di gioire alla Tardelli '82 mi sto cagando sotto già da molto tempo, e rifletto su quanto questa sensazione abbia dilatato la percezione del tempo.

Alex preme con il piede sinistro, giriamo puntando la zona del calcio d'angolo. Ci fermiamo in corner, per fortuna non c'è la bandierina.
Alcuni animatori del villaggio ci vengono incontro allegri: "Hi ,Alex" e gli battono un cinque con la mano.
Cerco di ricompormi, saluto la gente, guardo con terrore il mio comandante e penso dove vorrei mettergli l'elica, ma una ragazza mora veramente bella mi viene accanto e mi chiede di aiutarla a slegare le due cassette.
Non ho forbici, coltelli o altri atrezzi e glielo dico, ma lei mi regala un sorriso disarmante e 'Giamaica, no problem!" si abbassa e con i denti allenta i nodi.

Non ne posso più, se sento ancora una volta quella frase scoppio, muoio dalla voglia di sapere che cosa abbiamo trasportato ma vorrei tornare al mio villaggio, dove mia moglie mi farà uno "shampo" che ricorderò a lungo.
La corda si allunga sull'erba, il coperchio si apre, dentro, un pò di pagliericcio e poi, rovistando, ecco apparire un carburatore nuovo nuovo, le guarnizioni del Rotax e un CHT americano, proprio quello che avevo visto a Oshkosh e che non avevo acquistato per non spendere 80 dollari.

Il più anziano fra gli animatori prende le due casse, paga Alex e va verso la spiaggia invitandoci a seguirlo. Arriviamo così davanti al bar ricavato sotto un bungalow, chiedo una coca (senza Rhum), e aspetto di sapere che cosa vuol fare Alex, anche perché se lui pensa di decollare con me dal campo di calcio si sbaglia di grosso.

E mentre cerco lo sguardo del capo villaggio per chiedergli un passaggio fino a Ocho Rios (3 chilometri che avrei potuto fare anche a piedi lungo la spiaggia), vedo dove verranno montati il carburatore, le guarnizioni e il CHT: sulle moto d'acqua.
Enrico (il capo villaggio italiano), non vuole sentire ragioni, non mi presta neppure un catamarano con bagnino che lo riporti, ma intanto Alex aiutato da una decina di villeggianti stanno portando in spiaggia il Quicksilver.
Con Alex faccio l'arrabbiato, anzi l'incazzato nero, nero quasi come lui. Ma mi chiede scusa, fa quella faccia da simpatico e sta per pronunciare la sua mitica frase. Ma questa volta lo precedo: Giamaica no problem! e mi siedo dinuovo sul Quick, questa volta a sinistra.

Fester